Chi ha inventato il mondo?

scritto da Insideyou
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 2 ore fa • Revisionato 2 ore fa
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Testo: Chi ha inventato il mondo?
di Insideyou

Dio ha inventato il mondo, giusto? L’iddio cui poi ti ricongiungerai quando lo avrai raggiunto, no? Il dio che hai sempre adorato e che hai usato per obliterare le tante colpe e le molte sofferenze, non è vero? Questo mondo è solo una tua percezione, è una tua limitata e parziale capacità di reagire a ciò che accade nell’integrità, ecco perché tu non hai inventato solamente il mondo, ma anche quel dio che l’ha creato: ovvero te stesso. Ed ecco perché potrai raggiungere ed essere quel dio, solamente nei mondi spirituali che saprai modellare con l’immaginazione partorita dalla paura; attraverso la speranza, la pretesa e l’avidità del non finire mai.

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Come sei adesso sai, in realtà non cambierai mai.
Proprio per questo continuerai ad essere com'eri ed in tal caso dunque, sarai come sei: nei molti domani, ci sarà sempre ciò che fu.
La sensazione limitata, separativa e contraddittoria del pensiero divide l’immensità della percezione in parti, improntandole nella memoria per reiterarle, producendo così il tempo.
Puoi essere allora proprio come sei, senza parzializzare, senza nessun prima e senza alcun dopo?
C'è forse un vuoto? Un'incertezza? Qualcosa di non definibile?
Solamente allora c'è novità, altrimenti c'è reiterazione, c'è il prima che approdando nell'adesso, si riconosce e si sospinge poi nel dopo pensando di essere diventato il futuro, ma in realtà è sempre il passato che approda al presente sotto differenti aspetti e manifestazioni.
Ora, per scoprire ciò che non è noto, il noto non deve più muoversi e sforzarsi nell’acquisire qualcosa.
Ogni movimento del e nel conosciuto infatti è sempre il moto del noto che immagina, riconosce, accumula, desidera e proietta, illudendosi un domani di ritrovarsi nel non noto per trarne l’esperienza d’essere di più.

Siedi dunque quieto e lascia da parte il noto per un momento.
Per vedere, sentire, percepire, toccare ed avvertire ciò che è attorno a te necessiti di teorie che rappresentano la misurazione di ciò che non sei tu.
Innanzitutto, perché partire dall'assunto che c'è un me che deve sapere ciò che non è il me?
O meglio, un me che esiste dentro ciò che non è lui, distanziandosi dal tutto?
Se c'è il me che vede, che ansima per scoprire, per raggiungere, per vedere, non è forse per rassicurarsi della sua stessa esistenza e non di ciò che esiste fuori da sé?
Rapportandosi rispetto a tutto ciò che non è egli stesso, non si conferma e si stabilizza nell’addursi la conclusione più soddisfacente sul mondo basata sulle sue teorie?
Non ti sei mai posto questa domanda, non è vero?
Anche se forse nei meandri del me c’è questo dubbio, no? Hai seguito le teorie che ha stabilito il me per difendersi: cioè la cultura, la tradizione, l’educazione, la società, quei tanti costrutti che lo stesso me ha imitato e stabilito per te.

Difatti, non sei altro che un’espressione reiterante del me che ha stabilito che per raggiungere l’integrità, ci si deve scindere indefinitamente per espandersi e riunirsi.
Per non finire e svanire dunque, il me è costretto a dover iniziare differenti repliche di sé stesso che possano sostenerlo nel tempo e come tempo, in uno spazio dove esiste egli stesso ed il mondo.
Ma questo me e la sua spinta inconscia nel dimostrarsi, esistere ed identificarsi, sono reali?
Può per davvero vedere e spiegare il tutto attraverso le tante teorie che sommerà e cambierà nel tempo, sperimentando ciò che pensa sia la realtà che egli stesso ha creato e raggiungere così la verità e preservarsi per sempre?
Il me non è in grado di vedere interamente il mondo, perché essendo egli stesso separato da ciò che vede, può percepirsi solo parzialmente, attraverso uno schema di misurazione che è la teoria con la quale avverte e riconosce quel mondo che il me stesso pensa sia il suo contenitore.
Potrà affinare le teorie, modellare lo schema della misura, aggiungere conoscenza a ciò che sa già; ma proprio le esperienze che compie e che accumula sotto forma di immagini nelle quali si identifica per rendersi vivo, determinano la propria limitazione ed il tempo nel quale si è imprigionato senza saperlo.
Penserà che un giorno raggiungerà la piena conoscenza del tutto, ma questa illusione decade nel momento in cui accumulando ulteriori esperienze attraverso le sue teorie, il me scopre che ciò che si somma ad una consistenza espanderà una fondatezza che resterà sempre limitata: l'aggiunta di parti non compone l'interezza, perché l'intero è indivisibile.

Il me ha dovuto dunque inventare delle teorie per confermare sé stesso e per potersi estendere poi come una continuità tramite l'evoluzione, ha dovuto modellare diverse teorie del domani attraverso il miglioramento interiore, in modo che potrà diventare nel futuro quel dio che lo aspetta per ricongiungersi, dandosi così quel senso di esistere, identificandosi fortemente con la speranza.
Che sia la teoria religiosa o quella scientifica o un misto delle due, il me ha dovuto fissare ciò che è l'inizio per poter implicitamente giustificare il movimento del perfezionamento, che però lo porterà paradossalmente ed implicitamente verso la fine.
Allora per non finire dovrà cercare ogni teoria soddisfacente per potersi proiettare oltre quella fine, naturalmente cadendo ogni volta, in un altro inizio.
Lo ha fatto forse proprio perché essendo in grado di vedere parzialmente, dunque attraverso un limite che comprende un bordo, può vedere solo inizio e fine, non può percepire l'immenso, l'infinito, l’integrità, l’atemporale, l’indefinito.
Può proiettare un'immagine dell’incommensurabile sotto forma di un'altra teoria, ma essendo quell'immagine proiettata da una limitazione, sarà essa stessa parziale e limitata, pertanto quell'apparente continuità a cui dà il nome di evoluzione, è semplicemente lo scorrimento delle immagini improntate nella sua memoria che fissano con la speranza il prima, l'adesso ed il dopo: cioè il tempo.
Il me vive nel tempo che lui stesso ha inventato e dal tempo cerca di raggiungere l'immensità per potersi così mettere al sicuro da qualsiasi fine.
Il me però dovrà finire veramente per poter essere l'immensità: non potrà mai raggiungere quell'integrità sapendo coscientemente di averla colta, pur essendo straordinariamente ad un passo da essa; egli potrà esserla quando non ci sarà più il limite di sé stesso che si espande lottando e cercando di divenire.

Se fosse possibile accumulare l'immensità, essa sarebbe a sua volta limitata e soggetta alla prigione dei ricordi del sé, che non è altro che il cimitero delle memorie che ha raccolto nel corso dell'illusione della sua presunta evoluzione ed esistenza.
Ora, ciò che è stato detto è forse un'altra teoria del me?
Potrebbe esserci questo precipizio naturalmente in cui il me pensa di non cadere.
Ed il me lo può evitare solamente se c’è visione di sé stesso senza più il suo sguardo.
Ma il me ha mai svelato cos’è?
Ha realmente visto cosa è?
Il me ha osservato i suoi limiti?
La sua stessa illusione?
La sua meschinità, la sua brutalità ed i suoi numerosi volti?
La sua totale mancanza di amore che distrugge?
La sua frammentazione interiore?
Le sue molte contraddizioni?
La proiezione di sé stesso sotto forma di entità spirituale o materiale?
La scissione dalla verità per sublimarsi come realtà che continua a scindersi per cercare di espandersi a dismisura per raggiungere l’illimitato?
Come vede tutto questo?
Attraverso le sue teorie?

Allora il me vede ancora ciò che ha visto già.

Se il me è invece in grado di non muoversi più, di non illudersi, di non sperare, di non desiderare, di non volere, di non identificarsi e di non dividersi più; di rendersi conto che non è altro che un movimento meccanico del pensiero, allora può ritrovarsi ad essere il silenzio del nulla e dunque alla fine di qualsiasi teoria.

Apri il tuo cuore e non dividerlo più dalla mente.
Dubita di te stesso e rompi ogni schema reiterante che il me ha stabilito già per te e che ti induce a difenderlo ad ogni costo con la resistenza.
Ferma ogni immagine che ti trattiene nella diversità, nella colpa, nel piacere, nel dolore, nella speranza di essere qualcosa ed osservati senza più il rumore del me.

Tu sei l’immagine, tu sei la diversità, tu sei la lotta, tu sei lo sforzo, tu sei il conflitto e tu sei il me che osserva sé stesso pensando di essere altro.
Non c’è nulla: c’è tu ed il me che sono un unico processo che si reitera come tempo in questa divisione interiore, necessaria per sostenerti.
In questo intervallo, c’è il mondo inventato per i tuoi occhi, da te stesso: chi vede, è solo il visto.
Adesso che ogni parola, immagine e simbolo sono finite, c’è solamente lo specchio nitido e puro di te stesso.
C’è ancora il me che vede?

Chi ha inventato il mondo? testo di Insideyou
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